Ogni immagine, suono, profumo o sensazione valgono come ispirazione. Questo pensiero mi colpisce spesso nel mio tempo libero, durante un viaggio, se vedo qualcosa di nuovo, quando visito una dimora d’epoca, quando passeggio dietro casa e osservo i rami degli alberi disegnati contro il cielo, quando guardo il rincorrersi delle onde del mare.
Ma fondamentalmente, ogni volta che una storia ha iniziato a prendere forma nella mia testa, la scintilla è sempre scoccata da un innamoramento. Tutto nasce da quel brivido: una scena, un’immagine, uno scambio di parole, da un dolore, da un’emozione che diventa il nucleo da cui poi si ramifica il racconto.
Il mio primo libro, Riverton, è stato scritto in tre mesi: tutto è partito dal rapporto tra i due protagonisti, attorno a cui si è creato un vortice di situazioni che mi sono divertita tantissimo a scrivere. In realtà, non avevo la minima idea di cosa stessi facendo e sono andata a braccio, ma non è andata male: anche dopo diversi anni, la storia mi convince ancora, ed è piaciuta alla maggioranza di persona che mi ha onorato col leggerla.
Poi, pian piano mi sono strutturata: nello scrivere storie più complesse, ho iniziato a buttare giù scalette, descrizione di personaggi, ragionando su quello che volevo far vedere e cercando di impreziosire le sfumature per rendere più profonda l’esperienza del lettore. Mi rendo conto però che, almeno nel mio caso, l’overfitting non funziona. Alla fine, al di la di ogni scaletta, quello che ti prende per mano alla fine è la punta della penna (metaforicamente parlando, visto che la produzione, molto più prosaica, avviene ticchettando sulla tastiera). I personaggi che hai creato nella tua testa fanno un po’ quello che vogliono, e non resta che lasciarli liberi. Un po’ come I figli: puoi sgolarti quanto vuoi, ma alla fine decidono con la loro testa. Ti limiti a tracciare la strada a grandi linee, ma a volte non è proprio possibile portarli a fare quello che ti eri prefissata: stonerebbe troppo. Certe dinamiche che avevi nella testa non funzionano, e devi lasciare il guinzaglio un po’ più lungo per inchinarti alla coerenza della narrazione.
Mentre scrivo, a volte subentrano noia o stanchezza, soprattutto quando ti impantani in qualche difficoltà: tipo che sono sette anni che sono bloccata sulla mia storia più sentita. E’ già tutta scritta, salvo per un’unica scena, che niente, non esce manco a morire. Probabilmente non sono pronta a lasciarla andare. Quando mi sento frustrata da questa impasse, torno all’idea iniziale, il cuore del racconto che mi ha emozionato e mi ha fatto venir voglia di mostrare quello che avevo in testa. Il mio innamoramento. Tutto parte da lì, è il nucleo che deve continuare a palpitare sotto la superficie per tenere ingaggiato lo scrittore prima, il lettore poi.
Non so se le buone idee persistano, come sostiene Stephen King che dice che non usa appuntarsi mai nulla: se l’ispirazione è valida, il cervello non la scorda. Questo di sicuro non vale per me che ricordo cosa ho mangiato a colazione solo per il fatto che mangio le stesse cose da mille anni (una fetta biscottata con un badile di Nutella, una seconda fetta biscottata nuda per sciaquare la bocca). E’ però interessante il fatto che ogni “creatore” (non mi limito alla definizione di scrittore perchè il concetto di ispirazione è trasversale su tutte le arti) ha un suo metodo. Per tutte le scuole di pensiero, da parte mia vale il fascino assoluto della capacità di creare qualcosa che prima non esisteva, la potenza della mente che disegna dal nulla.
Qualunque sia il metodo, in ogni caso, la mia spinta, nasce sempre da lì: un qualcosa che mi ha fatto innamorare. Spero sdi avere il modo di sviluppare in maniera organica tutti quei piccoli frammenti che mi hanno acceso e a cui vorrei dare un contesto.
