LA DIFFERENZA TRA LIBRI BELLI E BEI LIBRI

Il dibattito tra Kindle (e sue varianti) e libro fisico è vecchio come me.
La mia personale scelta di usare lo strumento tecnologico è puramente pratica: se dovessi comprare tutti i libri che leggo sarei già in miseria, quando viaggio ho bisogno di meno peso possibile, considerando che nel tragitto e durante una vacanza posso divorare anche parecchi titoli, sfruttando l’agognato tempo libero, inoltre lo spazio in casa è sempre limitato. Con la biblioteca, alternativa validissima, mi trovo poco: dover mettermi in lista d’attesa per i titoli che mi interessano mi stressa. Quindi, da parecchi anni ormai il Kindle ora, il Nook prima e il Kobo in mezzo sono il mio migliore amico.
Ultimamente, con Alchemised, ho scoperto però le meravigliose edizioni dai bordi colorati, che hanno innescato la moda delle librerie aesthetic, con il dorso dei libri sistemato dal lato interno dello scaffale. Fotografate, esposte, ordinate per colore. Molto instagrammabili.
Personalmente credo che ogni stratagemma, ogni nuova idea che spinga il pubblico a comprare più libri, dando ossigeno a un settore non floridissimo, sia valida. Non so nemmeno se sia utile la domanda se chi legge e chi compra i libri belli siano due persone diverse: il libro come esperienza di lettura e il libro come oggetto fisico stanno diventando prodotti separati per pubblici separati? Chi compra l’edizione speciale di Fourth Wing con i bordi dorati la sta davvero leggendo, o sta comprando appartenenza a una comunità? È un modo nuovo di essere lettori? O sono due lati della stessa medaglia? Se la bellezza estetica dell’oggetto libro invoglia di più ad essere letto, ben venga.
Il problema secondo me è che l’edizione semplice adesso un po’ ti delude: se ci abituiamo a costruire scaffali fighi ordinati per colore, non avremmo posto per le copie più umili. Peccato che per stampare libri che aspirano a diventare oggetti da collezione serve budget, e l’autore indipendente o piccolo editore è escluso da questo mercato per definizione. È un trend che concentra potere, non lo distribuisce.
Quindi gli scrittori emergenti, che non sono stati capaci di valorizzarsi, che non hanno le conoscenze per approdare alle grandi case editrici, che non hanno mezzi/competenze/tempo per comunicare bene sui social e costruirsi un pubblico ma sono “solo” bravi a scrivere libri, rischiano di spartirsi briciole ancora più misere di un mercato editoriale dove dominano i giganti e la stragrande maggioranza dei titoli non raggiunge le mille copie vendute. Considerando un 10% di guadagno a copia dell’autore, su un prezzo di copertina di 10/15 euro, significa che il ritorno economico su un testo a cui l’autore ha lavorato per mesi e mesi diventa meno che irrisorio. Ma oltre al discorso del ritorno economico, che potrebbe essere secondario, il vero tema è la visibilità, sempre più ridotta. Le librerie, per sopravvivere, hanno bisogno di vendere. I libri belli vendono di più. Per stampare libri belli serve budget, devi essere un editore dalle spalle solide. Approdare agli editori più importanti è più difficile, se non sei nessuno, almeno in prima battuta. Dunque meno chances per gli sconosciuti, che pure un angolino della libreria meriterebbero.
Può oggi un buon scrittore emergere anche senza i supporti di cui sopra? Cito il caso di Valerie Perrin e il suo “Cambiare l’acqua ai fiori”, diffuso grazie al passaparola durante il lockdown, ma temo sia famoso proprio perché isolato.
Questa considerazione, unita al fatto che sempre più spesso fruiamo di internet sia nella scelta che nell’acquisto della prossima lettura, dunque vediamo quello che il sistema cerca di proporci, e non abitiamo lo spazio fisico di una libreria dove il lettore è protagonista nella scelta dei titoli, mi fa pensare che siamo abbastanza vittime delle decisioni su quale prodotto è destinato alla diffusione e quale lasciato al proprio destino. Spesso il libro più “trainato” è anche di valore. Ma il rischio è di lasciarsi alle spalle autori validi ma che non viaggiano in prima classe.

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