Garrula mi sto organizzando per andare a vedere alla Ubik di Como la presentazione del libro “La vendetta è un ballo in maschera”, edito da Einaudi. L’autrice, Tegamini, al secolo Francesca Crescentini, è una influencer e bookblogger (spero siano definizioni che gradisce) che seguo da un po’ di anni e che ha ispirato parecchie delle mie scelte di lettura. Le sue recensioni sono inarrivabili: riesce a dare tridimensionalità e prospettiva pur senza spoilerare più del dovuto, si innalza sopra il testo cogliendo aspetti che probabilmente avrei sorvolato, accendendo riflessioni più profonde. La seguo con grandissimo piacere e sono curiosa di capire di cosa tratta il suo libro (il titolo, piuttosto bizzarro, lascia spazio all’immaginazione, e mi sono volutamente tenuta alla larga da qualsiasi anticipazione).
Detto questo, al di la delle sue splendide recensioni, raramente un libro da lei apprezzato mi è piaciuto. Mi sono resa conto, dopo qualche tentativo, che abbiamo gusti totalmente differenti. Questo mi ha recentemente portato a una riflessione sul valore personale di una storia, che sia narrata su carta o anche pellicola o serie tv. Da un lato c’è la qualità, la novità della narrazione, lo stile, l’originalità, l’intrattenimento e il messaggio. Dall’altro c’è la risposta emotiva che ti accende, o ti lascia indifferente. Ci sono storie della nostra adolescenza a cui adesso guardiamo con indulgenza. Ci sono film decisamente mediocri per cui abbiamo pianto lacrime amare. Significa che quella storia ci ha parlato, ha rispecchiato qualcosa che provavamo, ci ha sbrogliato un sentimento, ci ha spiegato un pezzo di noi, ci ha detto che non eravamo soli, oppure ci ha coccolato in un sogno, racchiudendoci in un abbraccio che ci ha protetto, almento per il tempo della lettura, dall’aspra realtà.
Il fatto poi che spesso il pubblico sia attratto prepotentemente da particolari prodotti (mi viene in mente la follia collettiva-in cui ho felicemente sguazzato-per l’uscita della stagione conclusiva di Stranger Things) significa che ci sono corde che, quando stimolate, fanno risuonare molti di noi nello stesso modo.
Resta poi l’interrogativo su come valutare allora un opera, quando il nostro giudizio personale può essere tanto influenzato dal gusto: non rischio di bocciare prodotti interessanti perchè non mi piacciono (mi viene in mente “Trilogia della città di K”, a me consigliato da un lettore che stimo: non sono riuscita ad andare oltre le prime 50 pagine, tanta era la nausea)? Rischio di esaltare porcherie per scarsa lucidità? La risposta più plausibile a cui sono arrivata è: un bel chissenefrega.
Partendo dal presupposto che do un grande valore all’intrattenimento nella scrittura, e che dunque apprezzo ciò che mi intrippa, sebbene potrebbe essere bocciato dai grandi critici…il mio personale metro di valutazione tiene conto dell’amore che rimane: quando, doo che si è affievolito l’entusiasmo iniziale, a distanza di qualche mese, resto ancora convinta che quella storia abbia cambiato anche un pezzettino della mia vita, allora forse era importante davvero. E il fatto che sia universalmente considerata meritevole, tutto sommato, mi sposta poco: e’ stata importante per me, e questo la rende preziosa.

