Mi impappinerò quando mi faranno una domanda? Riuscirò a raccontare quello che voglio trasmettere? Sembrerò una principiante?
Tante domande, emozione a mille, ginocchia che tremano. La sala che la libreria mi ha messo a disposizione mi aspetta, le sedie allineate, le luci scintillanti, il chiacchiericcio dei clienti che gironzolano tra gli scaffali. C’è profumo di carta, di copertine patinate, dal bar che guarda su viale XX Settembre arriva il rumore allegro delle tazzine.
I miei amici sono in prima fila: ho bisogno del loro sostegno, sono accorsi tutti, non vengono mai meno. Mia figlia mi sorride emozionata dalla prima fila.
Inizia la presentazione: parlo e cerco di rimanere concentrata, di non perdere il filo, di raccontare quanto Riverton sia importante per me, che sogno sia sempre stato scrivere, inventare storie, mettere piede in una realtà alternativa dove essere, e vivere, qualcosa di diverso.
Il pubblico fa qualche domanda: racconto del mio viaggio negli Stati Uniti, al ritorno dal quale ho scelto di ambientare la mia storia a Long Island, cerco di spiegare che la mia spinta è il desiderio di suscitare emozioni, di appassionare il lettore, di farlo ridere, e piangere, di fargli lasciare alle spalle il presente.
In qualche modo, invariabilmente, quando scrivi finisci col parlare di te. Quello che la gente può leggere di te tra le righe fa paura. Rendere pubblico ciò che hai scritto è un atto di coraggio. Ti metti a nudo mascherandoti da qualcun altro. Vorresti prendere il lettore per mano e fargli vedere quello che c’è nella tua testa. La speranza è farlo rendendogli il viaggio interessante, facendo si che il tempo che trascorre con te sia ben speso.
La presentazione termina, gli ospiti si alzano, si accodano alla cassa con una copia di Riverton ta le mani, è andata bene, ho rotto il ghiaccio, ma è stato così bello che spero che l’emozione da prima volta non passi mai.



