
Mediamente leggo dai 50 ai 100 libri all’anno, ma la mia fame ingorda mi spinge sempre verso la prossima storia, magari al prezzo di privarmi del piacere di assorbire e comprendere profondamente il romanzo che ho appena concluso. Per questo, saranno meno di cinque i libri che ho letto per più di una volta nella mia vira. Alchemised è uno di questi. Ed è forse il solo che mi sono gustata di più alla seconda lettura.
La sua timeline non lineare rende più comprensibile la prima parte solo dopo che si è affrontata la seconda, ambientata qualche anno prima. Alla prima lettura godi dello stupore. Ma è solo al secondo passaggio che riesci ad apprezzare tutti i dettagli, assaporare ogni frase, interpretare ogni momento.
Lo sfondo è complesso, incombe una costante sensazione di tragedia imminente che intride di strazio e struggimento ogni pagina. I personaggi ne sono inzuppati, senza sfumature, e sebbene un tantino irrealistici (l’altruismo di Helena è totale, devastante), sono scolpiti perfettamente nel contesto. Pazienza se di alchimia e di risonanza non capisci niente: dopo qualche capitolo, intuisci quello che basta. Sullo sfondo si apre una riflessione sulla storia scritta dai vinti, sulle manipolazioni della verità e su come grandi azioni spesso restino dell’ombra.
Mi ritrovo a rigirarmi sulla lingua le frasi più significative, sospiro, penso a quanta fatica mettere insieme tutti i pezzettini di questo puzzle e tenerli in equilibrio, rendendo necessaria ciascuna delle 1080 pagine di cui è composto il tomo, senza sbavature, senza fronzoli, e credo che sia un libro veramente buono, che fa torcere lo stomaco e cattura la fantasia.
Se dovessi descriverlo come una ricetta, tra gli ingredienti citerei Cime tempestose, Racconto dell’ancella e un pizzico di Una vita come tante. Va da sé che le lacrime lungo il cammino (quelle del lettore) saranno parecchie. Del pepe spensierato di Harry Potter, da cui l’idea della fanfiction ha preso forma, nemmeno l’ombra. È una storia per stomaci forti, che lascia una bella cicatrice. Ma di quelle che, per quanto dolorose, continui ad accarezzare con malinconia, chiedendoti se, magari, perché no, potresti prenderlo in mano una terza volta, giusto per essere certo di non esserti perso per strada nessun dettaglio.
